La Cina rafforza il proprio ruolo nel settore dell’oro su due fronti contemporaneamente: acquisti da parte della banca centrale e annunci relativi alle attività minerarie. Gli annunci sui nuovi giacimenti nell’Hunan e nel Liaoning rafforzano la posizione mineraria della Cina, anche se va sottolineato che diversi dati diffusi in testi virali confondono le riserve ufficiali, le risorse geologiche e valutazioni economiche errate.
Il gigante asiatico ha riportato l’oro al centro della sua narrativa economica con una serie di annunci che puntano a due scoperte minerarie di enorme portata. Il messaggio politico è chiaro: il Paese vuole proiettare forza anche in un bene rifugio.
Il primo dei grandi colpi è arrivato dall’Hunan. Reuters ha riportato nel novembre 2024, citando Xinhua, che il giacimento aurifero di Wangu, nella contea di Pingjiang, ospitava circa 1.000 tonnellate d’oro con un valore stimato di 600 miliardi di yuan.
Un anno dopo, l’attenzione si è spostata nel nord-est del Paese. Le autorità cinesi hanno annunciato la scoperta del giacimento di Dadonggou, nel Liaoning, descritto comeil più grande giacimento singolo d’oro individuato in Cina dalla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949.
Secondo i dati diffusi da Xinhua e riportati anche da altri media internazionali, Dadonggou contiene circa 2.586 milioni di tonnellate di minerale con una concentrazione media di 0,56 grammi per tonnellata, equivalenti a 1.444,49 tonnellate di oro contenuto.
Due giacimenti chiave per il Paese
Questa sfumatura è decisiva per comprendere la notizia. Non stiamo parlando di 1.444 tonnellate di oro già raffinato né di lingotti pronti ad andare ad ingrossare le riserve monetarie, ma di metallo contenuto nella roccia che deve ancora essere estratto, lavorato e trasformato in produzione commerciale.
È qui che diversi testi virali vanno fuori strada. Confondono le riserve ufficiali della banca centrale con risorse geologiche appena identificate, come se tutto facesse parte dello stesso blocco contabile. In realtà, si tratta di categorie distinte e non possono essere sommate senza ulteriori considerazioni.
Anche alcuni calcoli economici sono errati. Se l’oro si aggira intorno alle migliaia di dollari l’oncia e supera i 160.000 dollari al chilo, valutare 1.444 tonnellate a soli 236 milioni di dollari non ha senso: l’ordine di grandezza corretto è molto più elevato.
L’altra correzione importante riguarda le riserve ufficiali della Cina. Il World Gold Councilha stimato le sue disponibilità a 2.308 tonnellate nel gennaio 2026, dopo quindici mesi consecutivi di acquisti.
Per questo motivo, la Cina sta effettivamente rafforzando il proprio profilo aurifero su due fronti contemporaneamente: ampliando le riserve ufficiali della banca centrale e annunciando scoperte minerarie su larga scala all’interno del proprio territorio.
Il contesto aiuta a capire perché l’oro abbia un peso così rilevante. Nel 2024,la produzione mineraria interna cinese ha raggiunto le 377,24 tonnellate, mentre il consumo nazionale è arrivato a 985,31 tonnellate, con una domanda particolarmente forte di lingotti e monete come veicolo di investimento.
In altre parole, il gigante asiatico non solo estrae più metallo prezioso: lo assorbe, lo accumula e lo utilizza come parte della sua strategia finanziaria. In un clima globale caratterizzato da tensioni geopolitiche, inflazione e ricerca di rifugio, questa mossa non è da poco.







