Ti sembra di “stare bene da solo” ma negli ultimi mesi dormi peggio, ti distrai con il telefono e hai sempre meno voglia di vedere gente?
Nel 2026 succede a un numero enorme di italiani, soprattutto da quando si lavora più spesso da casa e si esce meno la sera.
Il momento in cui la solitudine smette di farti bene
La solitudine non è di per sé un problema: stare da soli può rilassare, chiarire le idee, farti ricaricare.
Il rischio arriva quando le ore in solitaria iniziano a occupare quasi tutta la tua giornata, spesso senza che tu te ne renda conto.
Una ricerca condotta negli Stati Uniti su adulti di età diverse ha trovato un dato molto concreto: quando passi da solo circa il 75% del tempo in cui sei sveglio, la probabilità di sentirti davvero solo schizza verso l’alto.
Tradotto in vita reale: se sei sveglio 16 ore, significa stare da solo o quasi per circa 12 ore al giorno.
Non c’è una formula matematica valida per tutti, ma i ricercatori hanno visto uno schema ricorrente:
- Fino a circa metà della giornata da solo: per molti è sostenibile, specie se hai relazioni di buona qualità.
- Tra il 50% e il 75%: qualcuno ancora sta bene, altri iniziano a sentire quel vuoto che “rosicchia” sotto traccia.
- Oltre il 75%: quasi tutti riferiscono vera solitudine, non più semplice tranquillità.
La parte subdola è che puoi sentirti solo anche in mezzo agli altri: in ufficio open space a Milano, in metro a Roma all’ora di punta, a cena con persone con cui non ti senti davvero visto. Non conta solo quante persone hai intorno, ma quanto ti senti connesso.
Perché giovani e over 70 vivono la stessa solitudine in modo opposto
Qui arriva la sorpresa: per chi ha meno di 40–45 anni, stare molto da soli non porta automaticamente alla sensazione di isolamento, finché non si supera spesso quella soglia del 75%.
Molti giovani adulti interpretano una serata sul divano come “mi ricarico”, non come “non ho nessuno”.
C’entra molto la tecnologia: uno studente a Bologna può passare ore in camera a studiare, ma intanto chatta su WhatsApp, manda vocali, sta nelle chat di gruppo, fa videochiamate. È solo fisicamente, ma non si percepisce “tagliato fuori”.
Per chi ha più di 68–70 anni, il quadro cambia. Secondo i dati ISTAT sulla solitudine tra gli anziani, chi vive da solo in città come Genova o Torino passa spesso giornate intere con pochissimi contatti.
Per molti di loro, il silenzio di oggi è il presagio di un domani ancora più vuoto: figli lontani, partner che non c’è più, colleghi persi con la pensione. Ogni ora in più da soli pesa il doppio, anche perché i social vengono usati poco o per nulla.
Qui c’è un errore che molti fanno in buona fede: pensare che “tanto la nonna guarda la TV, non si annoia”. La TV non sostituisce una chiacchierata vera. E quella soglia del 75% di tempo in solitudine, per un anziano a casa da solo in periferia, si supera in fretta.
Il test delle 24 ore: sei ancora nella zona sana?
Per capire se stai scivolando nella solitudine che fa male, può aiutare un controllo molto concreto su una giornata tipo.
Prendi le ultime 24 ore e chiediti:
- Quante ore hai passato senza una conversazione vera (dal vivo, al telefono o in video) con qualcuno che conosci?
- Quante ore hai riempito solo con schermo e rumore di fondo (TV, social, scroll infinito), più per abitudine che per piacere?
- C’è stato un momento in cui hai pensato: “Se sparissi, nessuno se ne accorgerebbe oggi”?
Se le ore “vuote” superano di molto quelle in cui ti sei sentito davvero in relazione, sei probabilmente vicino a quel punto di rottura invisibile.
A quel punto non basta “uscire di più” in teoria. Serve qualcosa di molto pratico: una lezione di ginnastica dolce al centro anziani del tuo quartiere, un corso serale in una scuola civica del Comune, il volontariato con associazioni come Caritas o Croce Rossa che ti obbligano, in senso buono, a mettere in agenda altre persone.
Per chi ha genitori o nonni soli, il margine è enorme anche con piccoli cambiamenti: una videochiamata fissa ogni settimana, una passeggiata al mercato il sabato, un invito regolare a pranzo. A volte basta togliere due ore di silenzio al giorno per scendere sotto quella soglia critica.
La solitudine non è una colpa, ma ignorare quanto tempo passi davvero da solo può costarti caro: più stress, sonno frammentato, umore giù, fino ad aumentare il rischio di problemi cardiovascolari, come ricordano spesso i medici di strutture pubbliche e private da Humanitas al San Raffaele.
Il primo passo è semplice e scomodo insieme: guardare in faccia il tuo orologio quotidiano e chiederti quanta di quella calma è scelta… e quanta è, in realtà, mancanza di qualcuno.







